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LA CANZONE DI OGGI, 6.4, a cura di Radio Milazzo

Nel 1972 la trasmissione radiofonica Supersonic, uno dei più accreditati trampolini discografici dell’epoca, manda ripetutamente in onda la ballata di uno sconosciuto cantautore romano, che lancia alla sua città un messaggio di rabbia e di affetto.
Tre cose di questo brano colpiscono, e in qualche caso irritano, l’ascoltatore: la voce aggressiva e vibrante, i versi in dialetto, l’arrangiamento ricco e studiato.

Roma capoccia è incluso in un album (Theorius Campus) che vede l’esordio di Antonello Venditti al Folkstudio, un locale alternativo situato in uno scantinato nel cuore di Roma. Roma capoccia gli diede notorietà: il dialetto dava la giusta coloritura ai versi ed era usato in maniera non gratuita; la musica non era uno scarno accompagnamento al testo, come avveniva in quegli anni per la canzone d’autore, ma un vero e proprio arrangiamento orchestrale; la voce sanguigna e il modo di percuotere i tasti del piano fecero il resto.

La canzone fa parte di un gruppo di brani composti da un Venditti quindicenne, che pesava 93 chili, aveva pochi amici e spendeva le sue domeniche pomeriggio in casa davanti al pianoforte. In queste noiose domeniche nascono ambienti e figure di una Roma popolare. Roma capoccia è una dichiarazione di amore-odio verso una città che contiene in sé il bene e il male del mondo, il vecchio e il nuovo, il sacro e il profano (il Cupolone e il Colosseo).

Roma Capoccia ebbe un discreto successo di vendite, che forse avrebbe potuto essere maggiore se alla successiva Mostra Internazionale di Musica Leggera di Venezia, Venditti avesse scelto di presentarla al pubblico dell’Eurovisione. 

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