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MILAZZO, ALBUM DEI RICORDI. LA SENA

Piazza-perdichizzi-milazzo-750x400-1 MILAZZO, ALBUM DEI RICORDI. LA SENATroppo spesso, per la mancanza di un collegamento fra il presente ed il passato, non abbiamo alcuna possibilità di tramandare a chi verrà dopo di noi le testimonianze, i ricordi, gli affetti, le usanze, le vicende storiche, le tradizioni, persino le ricette di cucina e i soprannomi. Nella nostra Milazzo, ad esempio, quanti sono in grado di individuare con l’etimo dialettale i luoghi definiti in maniera differente dalla toponomastica ufficiale: strata  arreti, ’nchianata d’u quattèri, lionte, chian’o Càmminu, arreti Lifìa, casale e casaleddu, chian’o Puzzu, strittu Marracchia, …? Eppure si tratta di luoghi rimasti nei ricordi di bambini, di ragazzi, di adolescenti, oggi divenuti adulti, nomi appresi da persone andate via per sempre, e costituiscono, ancora, dei riferimenti imprescindibili che rafforzano quei legami con il passato.

Nella toponomastica attuale la “Sena” è piazza Perdichizzi: e Francesco Perdichizzi era un religioso milazzese vissuto tra il 1600 e il 1700, autore di Melazzo Sacro, e la piazza a lui intitolata è compresa tra la via Cumbo Borgia e la via Umberto I.

Per l’appunto la SENA, con i suoi vicoli, nei quali, quando abitavo io, il movimento veicolare era inesistente. In essa vissero, e si conoscevano perfettamente, decine di famiglie, fiere della loro comune appartenenza ad una parte di Milazzo che non era un rione, né tanto meno una contrada o una frazione: costoro erano della Sena e basta! Nella Sena crebbero e giocarono, liberi da condizionamenti e padroni indiscussi del territorio, anche decine e decine di ragazzi, appartenenti ad altre generazioni; non importava quale fosse la loro età, perché il più grande e il più piccolo erano coetanei.

La Sena era viva. Viva la rendevano il vociare, gli schiamazzi, le grida di gioia, quando si giungeva primi in una corsa, percorrendo il vico Banditore, dove gli ostacoli erano qualche anziano che, seduto sull’uscio, si appisolava; la biancheria stesa ad asciugare; il braciere che si accendeva per riscaldare le fredde serate invernali, e nel quale si buttavano, per diffondere profumo all’interno della casa, bucce di agrumi. Viva la rendevano anche l’esultanza dei ragazzi quando un pallone si infilava alle spalle dell’improvvisato portiere, durante interminabili incontri di calcio, in cui tutti inseguivano la palla: due sassi delimitavano la porta, ed era un dilemma capire se la squadra avesse segnato o se la palla fosse andata a colpire un palo o una traversa inesistenti! Il tiro che non riusciva ad essere parato, per la statura del portiere, veniva dichiarato alto, ma prima di giungere a questa determinazione o all’altra, completamente opposta, ci voleva sempre la buona volontà dei giocatori. Piccoli diverbi, ma alla fine prevaleva la comprensione.

Ma la Sena non era solo di chi ci abitava. Si ritenevano della Sena anche i ragazzi della via Cumbo Borgia, quelli della via Umberto I, i cui balconi o le porte secondarie si affacciavano su di essa, gli altri della via Nino Ryolo, che all’epoca veniva chiamata “vinedda ’Ddulurata”. L’avrebbero voluta tutta per loro anche quelli che abitavano nei Casali, nella parte alta di Via Umberto I, verso Piazza Roma, e nella via del Sole, ma a costoro veniva impedito persino l’accesso, e per difenderla dagli “invasori” spesso e volentieri si ingaggiavano lunghe battaglie, che si risolvevano con qualche sassaiola e inseguimenti con bastoni e fionde, che stabilivano quale rione avesse vinto. Spesso, grazie anche all’intervento di ragazzi più grandi ai quali spettava il comando delle operazioni di attacco o di difesa! 

Per i ragazzi di ieri, la Sena era immensa! Tale non si presentava ai nostri occhi negli anni successivi, quando, ormai grandi, andammo tutti ad abitare altrove. Svuotata dell’entusiasmo e della vitalità dei suoi abitanti, divenne dominio incontrastato di autovetture che la percorrevano in tutti i vicoli alla ricerca di una improbabile sosta. Non c’era più nemmeno la fontana, alla quale, chiedendo permesso alle donne che lavavano la biancheria, andavamo a dissetarci più volte nel corso della giornata, durante le pause dei giochi. Incuranti di chi ci diceva di non bere perché eravamo sudati e che avremmo potuto rimediare una polmonite, malattia molto temuta all’epoca.

Oggi la Sena è stata ristrutturata ed è diventata una piazza, al cui centro sono stai piantati tre alberi che non danno alcuna ombra! Nelle aiuole i cani, tenuti al guinzaglio dai padroni, fanno i loro bisogni… Lungo i due lati che sono l’ideale continuazione di vico Amato e vico Sena, le catene impediscono l’accesso alle auto e ai motoveicoli. Ma anche alle persone! Le auto procedono a passo d’uomo alla ricerca di un parcheggio attraversando vico Banditore, dove la sera si appartano ragazzi che spesso disturbano i residenti, e Piazzetta del Pittore. La sosta, una volta trovata, spesso non rispetta le esigenze di chi abita, impossibilitato ad entrare o ad uscire dalla propria abitazione.       

Chi nella Sena non vive più la rivede con gli occhi di una volta, e la vorrebbe come allora: piena di vitalità, di bambini che corrono, di mamme che chiamano, di ragazze in età da marito affaccendate nei servizi domestici, di padri che tornano stanchi dal lavoro… di vecchi, perché così venivano chiamati allora, che stavano davanti all’uscio, avvolti in uno scialle durante le serate invernali, o che reggevano con le loro mani quelle dei nipotini che muovevano i primi passi, certi che prima o poi, una volta che sarebbero stati in grado di camminare,  non avrebbero avuto più la possibilità di fermarli, rapiti anche loro da quel vortice, quel movimento incessante che, ieri, vivevano tutti… tutti quelli della Sena.

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