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NINO CUCITI, VITTIMA DELL’AMIANTO, CINQUE ANNI DOPO…

Avevamo pubblicato qualche giorno fa una foto in bianco e nero di una squadra di calcio, prima della partita, e si sono scatenati gli entusiasmi di quanti amano quello sport. Qualcuno ha pensato che fosse una vecchia formazione del Milazzo degli anni d’oro, sia per la certezza di avere conosciuto qualche giocatore del tempo, sia per la M stampata sulla maglia. Ma è bastato solo precisare che si trattava di una formazione schierata nei tornei estivi fra le rappresentative aziendali, così come molti ancora ricordano, ed ecco che si dà il via alla ricerca dei nomi di quei calciatori. Non è facile ricordarli, specie se di anni ne sono passati quasi 50! Eppure quei ragazzi di ieri sono conosciuti, specie da chi con loro ha lavorato, li ha avuti come amici! Ed ecco che piano piano si scrivono i nomi, nei commenti si aggiungono dettagli, qualcuno racconta qualche aneddoto, qualche altro riconosce il vecchio amico. Poi il triste commento: parecchi non ci sono più, ed ecco che la foto in bianco e nero della squadra di calcio di quei ragazzi comincia a suscitare commozioni.

Oggi è il 24 novembre; e proprio il 24 novembre di cinque anni fa, nel 2016, ci lasciava uno di quei ragazzi, anche lui facilmente riconoscibile nella fotografia: NINO CUCITI!

Nino abitava nel centro di Milazzo, lo conoscevo prima ancora degli anni  in cui fu scattata quella foto, e grande era la stima reciproca. Il suo amore per il calcio aveva radici profonde, e lo ricordo ventenne fin da quando anche io, giovanissimo, andavo ad allenarmi con la Nino Romano al vecchio Grotta Polifemo, che dividevamo con le società sportive del tempo, unica struttura comunale a disposizione per chi aveva voglia di fare sport! Rivederlo in quella foto custodita dal figlio Marco riaccende tanti ricordi, anche se non ho mai praticato il calcio, tranne qualche partitella scolastica fra il corso A e il corso B, o ai tempi in cui, bambini, si giocava nella Sena. Ed allora mi rendo conto che sono passati cinque anni da quando Nino Cuciti se n’è andato, stroncato anche lui, come tanti altri, dallo stesso male!

Aveva 72 anni Nino: avevo saputo solo dopo tanto tempo della sua prematura partenza, leggendo un necrologio affisso su un palo, proprio nei pressi di casa sua; e mi sono rammaricato di non avergli potuto dare, come sono solito fare, un ultimo saluto su questo giornale!

Nino, così come aveva in seguito ricordato Salvatore Nania, presidente del Comitato Permanente esposti Amianto e Ambiente, aveva lavorato per quattro anni alla Sacelit, prima di passare alle dipendenze della Raffineria. Salvatore Nania non risparmia gli elogi di quel collega, ma sottolinea che aveva lavorato “a stretto contatto con le fibre killer di amianto”. Un tempo lunghissimo, anche se quattro anni possono sembrare pochi; aveva 23 anni, e fino ai ventisette anni l’amianto era entrato, insidioso e subdolo, nei polmoni di quell’uomo generoso ed onesto, al quale vengono riconosciute solo dopo quarant’anni le patologie tipiche di chi aveva lavorato in determinati ambienti: ASBESTOSI! Da questa malattia non si guarisce nonostante i progressi della scienza, nonostante la persona colpita continui a vivere la sua vita senza dare segni delle sue continue difficoltà, almeno verso l’esterno. Poi, quando ci si accorge che qualcosa non va, è troppo tardi! In ogni famiglia in cui c’è un malato di asbestosi si vive il dramma, e vane sono le speranze per la guarigione: Nino ha avuto dieci anni di patimenti, di sofferenze, prima di allungare l’elenco di tante vittime inconsapevoli. Tutti amici come lui, persone sorridenti nelle foto che ci sono state consegnate, sia nel campo di calcio che nella vita; persone dinamiche e innamorate delle loro famiglie; persone che guardavano al futuro con speranza, dopo aver trovato un lavoro negli anni dell’industrializzazione, senza sapere che la morte, giorno dopo giorno, si stava insinuando dentro il loro corpo.

NINO CUCITI se ne andava dopo inumane sofferenze il 24 novembre, ad un mese dal Natale di quel 2016. Di lui restano i ricordi di quanti lo hanno riscoperto in quella foto in bianco e nero, giovane e pieno di dinamismo, collega di lavoro; amico fraterno. Salvatore Nania lo ha indicato in quel lungo elenco come la vittima 131 dell’amianto! Quanti ce ne saranno dopo di lui non lo sapremo; ricordando NINO CUCITI sappiamo però che l’elenco delle vittime sul lavoro non è solo quello quotidiano delle morti bianche, che non si riuscirà mai ad arrestare! Ci sono altre vittime, e sono quelle che portano i segni dentro di loro; quelle che prima o poi pagheranno con la vita, con le sofferenze dei loro cari, una scelta scellerata fatta in nome del lavoro e del progresso anche in questa città, a due passi dalle nostre case. A quelle famiglie, duramente colpite negli affetti, la vicinanza di TERMINAL e la riconoscenza perpetua perchè i loro cari hanno fatto grande questa città con il loro duro lavoro.

Ciao, Nino!

 

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