“OGGI PRENDO A SCHIAFFI UN PROFESSORE, TANTO NON MI SUCCEDE NIENTE”!
Qualche mese fa una professoressa veniva accoltellata da un tredicenne, e la prima notizia fu che lei lo ha aveva già perdonato. A Torino ieri un professore si è ritrovato il naso spaccato da un quattordicenne senza alcun motivo e davanti alle telecamere è sereno, quasi dolce non arrabbiato, “solo dispiaciuto”. Tutti si affrettano a spiegare che “bisogna comprendere il loro disagio”.
Perdonare è un atto privato, e chi perdona risponde alla propria coscienza, ma qui parliamo di una sorta di perdono come copione obbligato, politicamente corretto..
Un ragazzo che vede il male accolto con un sorriso comprensivo cosa ne può ricavare? Hanno scambiato l’educazione per l’assistenza. Cercano il “disagio” dove andrebbe cercata la colpa, e chiamano “aiuto” ciò che serve a risparmiare a tutti la fatica di punire.
Una pena proporzionata è l’unico modo in cui una comunità dice a un giovane che le sue azioni hanno un peso, e che lui, per questo, è una persona e non un fenomeno sociologico. Chi non punisce non educa. Chi non si indigna non ama. Una società che davanti al sangue sa solo dire “capisco” presto non avrà più nulla da perdonare, perché non resterà nessuno a ricordare cosa fosse la colpa.
WI
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