HO UN FIGLIO, MA OGGI DOVE LO PARCHEGGIO? RIFLETTIAMO SE NE SIAMO CAPACI…

Riflettevamo in questi giorni sulla tendenza di molti genitori di oggi a parcheggiare i propri figli. Letteralmente parcheggiare. Ai giardini, nelle scuole, i Papà specialmente, non si vedono mai, come se la cosa non li riguardasse. Li consegnano alla scuola come si consegna un cappotto al guardaroba. Li affidano a sti poveri nonni, mentre loro inseguono una scrivania, un titolo, una scala che sale sempre e non porta in nessun posto. Per costoro i bisogni di un bambino sono solo intralcio nell’agenda, una voce da incastrare tra una riunione e l’altra, una telefonata da sbrigare in corridoio.
Ma allora perché li mettono al mondo? Per pressione sociale? Per mostrarli su Instagram? Perché? Un figlio non è un titolo di merito da esibire né un accessorio della vita adulta. È una persona che chiede, per anni, il nostro tempo, quello vero, con la testa presente.
Ma non vi si stringe il cuore quando lo vedete crescere a pezzi, in fotografie scattate di fretta, quando scoprite che ha perso un dente, che ha smesso di credere a una favola, che ha imparato a farsi bastare il vostro silenzio? Non lo sentite il vuoto di tutte le volte in cui non c’eravate?
Perché è questo il sale della vita, la prima parola, il primo passo storto, il disegno brutto appeso al frigo, la domanda impossibile alle undici di sera quando siete stanchi e vorreste solo dormire. Seguirli passo dopo passo non è un sacrificio, è il privilegio più grande che sia toccato a un essere umano: assistere da vicino alla nascita di un mondo.
La “carriera”, un giorno, vi darà il ben servito. Un figlio che avete accompagnato vi darà qualcuno che, quando vi guarderà, saprà di essere stato amato ogni giorno. Tutto il resto è solo rumore di fondo.
WI
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