STUDENTI CHE GIOCANO A COPIARE I LORO NONNI?
di Sergio Chillè
Gli studenti in Italia stanno imitando quelli francesi e spagnoli, ma con una propria gesticolazione guerrigliera da filmaccio di quarta serie. Non voglio fare come Pierpaolo Pasolini che diceva, non privo di ragioni, che tra i giovani contestatori e i celerini preferiva questi ultimi, perché figli del popolo, ai primi, figli viziati di papà.
Questo all’indomani di Valle Giulia (1 marzo 1968) quando gli studenti uniti, ma con in prima linea quasi soltanto i neofascisti, sconfissero sul campo le forze di polizia. Un evento che nell’immaginario di contestatori di allora è diventato un simbolo epocale, perfino l’annuncio di una rivoluzione poi abortita o tradita. Pasolini non aveva tutti i torti, ma quello che accadeva allora era il frutto di un vitalismo giovanile, in un momento demografico denso, in un fenomeno di urbanizzazione, nella costruzione di quadri della società dell’indomani. Si produsse una sorta di gioioso titanismo per la conquista del cielo.
E se anche i figli di papà si misero a giocare alla rivoluzione, non lo fecero necessariamente per sfizio, non furono solo i figli di papà a farlo, e per alcuni di loro si trattò di cambiare del tutto vita e per sempre. Poi si passò allo scoramento. Già il movimento del 1977 fu tutt’altra cosa. Era caratterizzato da acidità, frustrazione, nichilismo e lottarmatismo più anarchico che programmatico. È importante cogliere le differenze, perché alcuni eventi hanno una loro solarità, altri sono cupi.
Infine ci sono le pagliacciate. E oggi siamo in piena pagliacciata.
I precedenti che ho enumerato rientravano comunque in periodi di tensioni sociali e di socialità diffusa. Sebbene la rabbia e un disturbo cognitivo portarono alcune presunte avanguardie a produrre schemi allucinati nei quali tutto finì sanguinosamente a picco, vi era comunque un collegamento con la realtà. Oggi il senso si esaurisce nei selfies e nelle autorappresentazioni in eventi fini a se stessi. La crisi di foruncolosi dell’età adolescenziale che accompagna le pretese di affermazione isterica dell’io è un qualcosa di ricorrente e che si comprende perfettamente. Quando si lega a qualcosa può assumere un altro senso, ma se è pura e semplice messa in scena, un narcisismo che non si lega a nulla, fatte salve delle rivendicazioni campate in aria e risibili, allora cambia tutto.
Adriano Romualdi (che, per chi non lo conoscesse, è stato il più brillante intellettuale neofascista del dopoguerra) provò inutilmente a convincere i suoi camerati a non partecipare a Valle Giulia perché sosteneva – a ragione – che comunque avrebbero finito col fare il gioco dei comunisti e dei sovversivi. Altri, tra cui il suo caro amico Mario Merlino (per i pochi che non lo conoscessero: militante di Avanguardia Nazionale, intellettuale di livello e divulgatore indefesso di Robert Brasillach in Italia), ritenevano che valesse la pena mettersi in gioco e contendere gli spazi agli avversari. I fatti diedero ragione al primo, ma io mi sarei comportato come il secondo perché si possono capitalizzare anche le vittorie mancate e le sconfitte politiche se questo porta a maturazioni e a risultati collaterali, magari non previsti.
Gli studenti contestatari di oggi non credo che si siano posti minimamente il problema. Vogliono immortalarsi nelle “storie” dei social mentre fanno casino per nulla. Non per l’indipendenza nazionale, la lotta di classe, la rivolta generazionale. Giusto per puttanate demagogiche (costi scolastici, armamento e altre idiozie). Di fatto sono strumenti sciocchi delle manovrine del Campo Largo e anche delle potenze straniere che stanno cercando d’indebolire e di piegare le nazioni europee, dall’esterno e dall’interno. Ma è troppo pretendere che costoro capiscano come sono manovrati e schifati da quegli stessi che li manovrano.
Esibizionismo a parte, e tolta l’adrenalina dell’eccitazione, dubito che sia possibile ravvisare altro in queste gazzarre.
Partiti da Pasolini, non ci resta che citare Marx. “La storia si ripete sempre, la prima volta in tragedia, la seconda in farsa”.
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