TORNA A ROMA, DOPO CINQUANT’ANNI, LA CONFERENZA EUROPEA DEI PRESIDENTI DI PARLAMENTO
Sergio Chillè
Dopo 50 anni torna a Roma, dove si è riunita per la prima volta, la Conferenza europea dei Presidenti di Parlamento, promossa dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa e ospitata dal Parlamento italiano. I lavori si sono tenuti nell’Aula di Montecitorio. Presenti sessanta rappresentanti di Parlamenti nazionali e Assemblee internazionali.
I temi al centro della Conferenza: “Democrazie resilienti: unite contro le minacce ibride”, “Intelligenza artificiale e mercato del lavoro” e “Rinnovare l’ordine internazionale basato su regole, il ruolo dei parlamenti nell’affrontare e rispondere alle crisi contemporanee”.
L’evento, promosso dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa e ospitato congiuntamente dalla Camera dei Deputati e dal Senato della Repubblica, ha visto convergere nella Capitale oltre sessanta delegazioni e circa quattrocento delegati. Se la cornice cerimoniale ha celebrato la cooperazione formale, l’anima squisitamente politica delle sessioni di lavoro ha messo a nudo la vera urgenza del momento: i Parlamenti, intesi come architravi delle democrazie liberali, rischiano l’irrilevanza se non riescono a governare le grandi transizioni del secolo, la trincea delle minacce ibride.
Alla cerimonia di apertura nell’Aula di Montecitorio, sono intervenuti il Presidente della Camera, Lorenzo Fontana, il Presidente del Senato, Ignazio La Russa, la Presidente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, Petra Bayr. Ma il focus politico si è surriscaldato immediatamente con il primo panel sulle “Democrazie resilienti”. Gli interventi della Presidente dell’Assemblea Nazionale francese, Yaël Braun-Pivet, e del Presidente del Parlamento ucraino, Ruslan Stefanchuk, hanno plasticamente ridescritto i confini del conflitto europeo. Non si combatte più solo con le armi convenzionali; la vera minaccia è asimmetrica, passa dalle campagne di disinformazione e dagli attacchi hacker mirati a minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni rappresentative. Dal punto di vista politico, emerge una consapevolezza amara: la lentezza intrinseca dei processi parlamentari fatica a controbattere alla rapidità autoritaria dei cyber-attacchi.
Il secondo asse del summit ha affrontato il convitato di pietra del dibattito economico occidentale: l’impatto dell’Intelligenza Artificiale sul mercato del lavoro. Con i contributi dei vertici parlamentari di Estonia, Paesi Bassi e Albania, il dibattito si è spostato sulla necessità di una regolamentazione transnazionale. Il messaggio politico emerso è chiaro: lasciare lo sviluppo tecnologico esclusivamente nelle mani dei giganti del tech significa abdicare alla sovranità statale. I Parlamenti rivendicano un ruolo di guida etica e legislativa, per evitare che la rivoluzione digitale si traduca in una destrutturazione dei diritti sociali e dei sistemi di welfare europei.
La sessione finale, presieduta dal presidente della Camera dei Deputati On. Fontana, ha allargato lo sguardo alle grandi crisi globali, vedendo al tavolo figure di peso strategico come il turco Numan Kurtulmuş e il britannico Sir Lindsay Hoyle, fino ad aprirsi alla prospettiva d’oltreoceano con il canadese Francis Scarpaleggia. Qui la dialettica politica si è fatta più densa. Rinnovare l’ordine internazionale basato sulle regole è un auspicio condiviso, ma le interpretazioni su quali debbano essere queste regole e su come arginare l’unilateralismo delle superpotenze rimangono distanti. I Parlamenti cercano di ritagliarsi uno spazio di “diplomazia parallela”, un canale di dialogo più flessibile rispetto a quello dei governi, ma fatalmente condizionato dai rapporti di forza geopolitici reali.
Al netto delle conclusioni lette in Aula e dei comunicati ufficiali che inneggiano alla coesione, il vertice romano sancisce una svolta politica: la consapevolezza che la democrazia parlamentare non è uno status acquisito per sempre. Le istituzioni europee sono strette tra la morsa del populismo interno e le pressioni autoritarie esterne. Se i Parlamenti non sapranno velocizzare le proprie risposte e connettersi efficacemente con le istanze di sicurezza e stabilità dei cittadini, la “centralità dell’Aula” rischia di rimanere un feticcio storico, confinato tra gli splendidi marmi di Palazzo Montecitorio. Da Roma esce un’Europa che si scopre unita nella preoccupazione, ma ancora alla ricerca della formula politica per difendere il proprio modello di libertà.
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