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ALBUM DEI RICORDI: AL CINEMA, VIETATO AI MINORI, E SALVATORE GRECO

Salvatore Greco, del borgo, è stato un volto noto in quegli anni per tutti quelli che andavano al cinema. Non era uno dei divi del grande schermo, ma semplicemente, come pochi altri che svolgevano il suo stesso lavoro, la persona di fiducia del proprietario, che staccava i biglietti, o li controllava, e si prendeva cura del cinema. In estate il suo posto era l’Arena delle Lucciole, cinema all’aperto ubicato accanto al Trifiletti, in via Cumbo Borgia, dove oggi c’è un villino. Non gli toccava fare solo il bigliettaio, ma era incaricato della proiezione, impegnato dalle sette di sera a mezzanotte e oltre.

Ecco cosa ci racconta Santino Torre, uno dei bambini di ieri che abitava al Borgo e lo conosceva benissimo: “Ogni domenica, come se fosse un rituale, mi chiedeva di comprargli una pizza alla messinese ed una birra da Codraro, sempre alle otto in punto. Gliela portavo, e lui mi faceva rimanere al cinema, per assistere alla proiezione. Per me che non avevo ancora la televisione in casa, il grande schermo mi emozionava! Una domenica, richiesta la solita pizza, mi attendeva una delusione. Mi disse che non avrei potuto restare perché si trattava di un film vietato ai minori di 18 anni! In cartellone c’era “IL GOBBO”, film di Lizzani, mai più rivisto, pieno di violenza e per una scena di sesso, ed io allora avevo solo 9 anni.

Vista la mia delusione, ci ripensò e mi invitò in sala proiezione per farmi assistere di nascosto, a condizione di chiudere gli occhi quando lui stesso mi avrebbe intimato di chiuderli per non guardare le scene scabrose e vietate! Naturalmente ne chiudevo solo uno, per cui vidi tutte le scene, inclusa quella dove il protagonista, Gerard Blain, faceva sesso con Anna Maria Ferrero vicino ad un fiume. Nonostante la piccola età, ero abbastanza “svezzato”: in quegli anni al Borgo il sesso rientrava nella normalità. Infatti a due passi da casa mia, c’era una famosa casa d’appuntamento. La tenutaria, Wanda – nome noto ai più grandi –, quando passavo per strada mi dava dieci lire per comprarle una sigaretta (allora si vendevano sfuse), e con la lira di resto o acquistavo le mentine, o il Golosino, delizia di panna ricoperta di cioccolato, ma solo dopo avere messo da parte quelle generose mance di Wanda! Per ritornare a Salvatore Greco, mi teneva sotto controllo quando mi raccomandava di chiudere gli occhi, ma si accorgeva che sbirciavo. Scuotendo la testa, rideva sotto i baffi e mi richiamava al dovere!”

Man mano che crescevamo, ci stuzzicavano certe immagini o certe scene, sulle quali la censura aveva già abbattuto la sua scure, ma certamente lontane da quelle mostrate oggi ai ragazzi di età inferiore alla nostra, e assolutamente innocue, e quanto raccontato dai più grandi, che avevano libero accesso, faceva aumentare in noi quella voglia che per qualche anno ancora avremmo dovuto tenere repressa. Escogitare un sistema per entrare al cinema quando veniva proiettato un film vietato “ai 14, ai 16 o ai 18 anni” fu una delle nostre prime tentazioni negli anni delle scuole superiori, anche se sul cartellone veniva applicata una striscia aggiuntiva che ci informava del divieto. Il nostro tentativo di “passare” inosservati ed entrare risultava impossibile, visto il rigore dell’addetto al controllo dei biglietti, il solito Salvatore Greco, che già vedendoci arrivare subodorava che qualcosa non quadrava! Anzi, se con disinvoltura cercavamo di prenderlo in contropiede presentandoci davanti alla signorina Teresa Doddo, storica cassiera del Liga, per acquistare i biglietti, dall’alto della scalinata (sulla quale dominava anche don Ninì Cannistrà) proprio lui tuonava: “Ragazzi, avete la tessera?” sapendo che, per la nostra età, non potevamo certamente averla! Quindi, fingendo meraviglia per una simile richiesta, frugavamo nelle tasche, e ricorrendo alla prima scusa plausibile, dicevamo di averla dimenticata a casa. E qui seguiva il garbato invito di andarla a prendere.

Ma noi non facevamo ritorno! L’esperimento era fallito.         

Salvatore Greco era il nostro più acerrimo rivale: il suo aspetto severo ci incuteva timore, e proprio per questo ci risultava antipatico! Con lui non avevamo quella confidenza che potevamo permetterci con il signor Celi, che conoscevamo per il suo soprannome, Puddu, uno dei tanti soprannomi che in questa città, come in tante altre, venivano affibbiati senza un preciso motivo, e che individuavano diverse generazioni. Era il papà di alcuni nostri compagni, e raffrontando la nostra età con quella dei figli, potevamo sempre giustificarci dicendo che eravamo stati in classe con il figlio, anche se erano passati diversi anni dal tempo della scuola.

Lui era addetto al controllo dei biglietti al Trifiletti, quindi quelle rare volte che anche lì proiettavano un film vietato, sapevamo di non incorrere nello sguardo arcigno di Greco, che ormai ci conosceva bene e non tanto facilmente si lasciava intenerire dai nostri piagnistei o dalle infondate giustificazioni!

Ma nemmeno lui ci faceva entrare… In mancanza di una tessera che deponesse a nostro favore e che permettesse di risalire alla nostra età, veniva in nostro aiuto il tesserino scolastico che ci rilasciava il Provveditorato per partecipare ai campionati Studenteschi, un diploma del Concorso Veritas, un attestato della prima Comunione, quando non trovava spazio, incorniciato, sul nostro lettino come capezzale; ma anche una vecchia pagella! Meglio se delle elementari, tanto ormai non ce ne facevamo più niente; purché dalla data di nascita si risalisse all’età compiuta, che legittimava l’ingresso alla pellicola vietata.

Anche se, a dire il vero, spesso non veniva mostrato un documento in corso di validità, ma un altro, contraffatto: e non era facile falsificare la data, in mancanza di metodi che oggi sono attuali. Il correttore, ad esempio, non esisteva ancora; e le fotocopie non sapevamo cosa fossero! Ci veniva in soccorso la gomma, quella più dura con la quale si cercava di cancellare l’inchiostro della biro. Bisognava stare però attenti a non bucare il foglio: era un lento ed accurato lavoro, che ci permetteva di cancellare la data reale, e scriverne un’altra, naturalmente fasulla.

Ci tentai anch’io: con la pagella, modificando di addirittura tre anni la data di nascita. Anche se avevo quindici anni, ed il film era vietato ai minori di 18, per il mio aspetto (a quell’età portavo la barba, secondo i canoni della contestazione giovanile) me ne davano di più… ma appena giunto all’ingresso, mi mancò il coraggio di presentarmi alla cassa e osare! Conoscevano benissimo mio padre, e il timore che potessero chiedere a lui se avessi già diciotto anni mi fece recedere dall’ignobile tentativo. Fu dopo qualche tempo dopo che venne inaspettatamente in soccorso all’aspetto fisico anche la popolarità: oltre a sapere che ero il figlio di don Andrea, a Milazzo mi cominciavano a conoscere tutti, per la presenza nello sport, nella politica e addirittura nella goliardia! Per cui quando, a capodanno del 1968, non ancora diciassettenne, mi presentai alla cassa per assistere al film Bella di giorno di Luis Buñuel, Leone d’Oro alla Mostra di Venezia, che all’uscita aveva fatto scandalo per il tema trattato, ci fu solo il timido tentativo della maschera di vietarmi l’ingresso, chiedendomi la “tessera”; ma l’imperioso lasciapassare da parte di don Ninì, con un “Chi ci cecchi ’a tessera? Chistu ’ndi sapi cchiossài ’i tia!” non ammise alcuna replica. La volta successiva se ne poteva fare a meno: alla richiesta di un documento, bastava dire “L’ha visto la volta scorsa” e il signor Greco, diventato improvvisamente amico e simpatico, che si ricordava che ero stato già… schedato, mi liquidava con un “Passa”!

Era stata lunga, ma alla fine ce l’avevamo fatta!

A casa, fra le carte del tempo, è rimasta una pagella con la data falsificata. Ogni tanto, guardandola, ripenso a quel particolare giorno in cui avrei voluto essere più grande …  

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