CAMPO LARGO MA SOLO PER BATTERE LA MELONI. E POI?
di Cristoforo TRAMONTANA
Sono in tanti, tra analisti, alleati centristi e militanti del Movimento 5 Stelle, ad evidenziare come la presunzione di un’egemonia da parte del PD possa essere controproducente. Senza un reale riconoscimento della pari dignità delle altre forze politiche facenti parte del c.d. Campo Largo, le tensioni interne rischiano di frammentare l’alleanza prima ancora che si consolidi.
Perseguendo questa prospettiva, i veti incrociati e i continui conflitti sulla leadership e sui programmi finiranno per logorare l’intera coalizione, lasciando di fatto campo libero alla maggioranza di governo guidata da Fratelli d’Italia.
Non basta avanzare la presunzione che le alleanze possano comporsi e fondarsi su 10 punti comuni sui quali trovare la sintonia, le distanze su temi cruciali, come la politica estera, il lavoro e la transizione ecologica, renderanno complessa una sintesi che non appaia come un’imposizione del partito di maggioranza relativa della coalizione.
I sostenitori di Schlein argomentano che, essendo il PD il primo partito dell’opposizione per consensi elettorali, spetti naturalmente ai democratici il compito di fare da perno e guidare la coalizione. Guarda caso, una “linea di partito” inesistente in ogni occasione, che viene fuori solo per intimare gli alleati.
Su tali basi, non regge nemmeno lo spauracchio strategico che viene spesso sottolineato, ossia che l’attuale legge elettorale (Rosatellum) obbliga le forze progressiste e moderate a trovare un accordo nei collegi uninominali per poter essere competitive, rendendo la costruzione di un’alternativa un percorso obbligato nonostante le forti diversità interne.
Le posizioni ufficiali dei leader che compongono il perimetro del centrosinistra e del conseguenziale “campo largo” evidenziano visioni chiave differenti, in particolare sui meccanismi di scelta della leadership e sui paletti programmatici per costruire l’alternativa al governo. Schlein ha ribadito ufficialmente che il leader della coalizione dovrà essere scelto tramite le primarie o, in alternativa, coinciderà con la figura espressa dal partito che otterrà più voti all’interno dell’alleanza; nel contempo il PD spinge per non mettere veti preventivi sulle forze centriste, ritenendo che per vincere nei collegi uninominali sia necessario allargare il più possibile il perimetro della coalizione.
Dall’altra parte Conte ha assunto una postura più rigida, mossa anche dalle forti pressioni della propria base politica, in primis la contrarietà all’ipotesi di investitura di Schlein tramite primarie, puntando a una competizione interna per la guida della coalizione in vista delle politiche. Ufficialmente, la base del M5S ha votato a larghissima maggioranza (91,7%) per dare a Conte un mandato politico netto: “portare al tavolo del campo largo la posizione contraria al sostegno militare e all’invio di armi in Ucraina”. Questo tema rappresenta uno dei principali elementi di attrito con la linea atlantista del PD.
I portavoce di Alleanza Verdi-Sinistra, a loro volta, si muovono nel ruolo di “mediatori” e acceleratori dell’unità, pur mantenendo riserve sui meccanismi e sui compagni di viaggio.
Nei recenti eventi di partito, i leader di AVS hanno rivolto un invito esplicito a Schlein e Conte a “sbrigarsi” e a formalizzare l’alleanza per evitare che i continui rinvii possano logorare e irritare l’elettorato di sinistra. Bonelli molto spesso ha espresso forti dubbi sul fatto che lo strumento delle primarie possa unire la coalizione, temendo che tale momento si trasformi in un elemento di divisione, oltre al dato di manifestare forte freddezza verso l’inclusione strutturale di forze centriste e di figure come Matteo Renzi.
Dal canto loro, i c.d. Riformisti lamentano che il campo largo stia progressivamente spostando il proprio baricentro verso il M5S e le posizioni di Conte, diluendo l’identità riformista della coalizione e riducendo l’alleanza a un mero cartello “anti-Meloni” privo di una vera sintesi programmatica sulla giustizia e sulle infrastrutture.
Una vera e propria accozzaglia che punta più alla formazione “dell’esercito di Franceschiello” che a una forza pronta e capace a scalzare le destre dalla guida del Paese.
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