UN RICORDO DI PINO IMBESI, DOPO NOVE ANNI…
SECONDO TE mi potevo dimenticare del 30 settembre? Caro Pino Imbesi, compagno di classe, di scuola, di giochi, va bene che sono vecchio e, come diresti tu, rincoglionito, ma dopo un’amicizia che durava da 60 anni, fin da bambini, alunni del prof. Foti in quegli scantinati della vecchia scuola elementare, e fino al terzo Liceo, e poi nella vita di tutti i giorni, sai benissimo che ci sono delle date che rimangono appiccicate addosso e non si cancelleranno mai. Di te ho sempre ricordato la data di nascita, anche se tu non hai mai ricordato la mia. Ma non ha nessuna importanza, tanto sapevo che a nessuno veniva in mente di ricordare il mio anniversario, a meno che quel giorno non ci davamo ai bagordi…
Però il mio soprannome lo ricordi sempre, così come io ricordo il tuo e quello di tutti gli altri. Sì, perché (lo possiamo dire, vero?) a scuola ognuno di noi aveva un soprannome, che ci avrebbe contraddistinto anche negli anni successivi: tu eri l’Homo Sapiens, riconoscimento precoce della tua maturità e della tua serietà , che noi, legati come eravamo allo spirito goliardico e alla trasgressione, prendevamo sottogamba. Un soprannome che tu accettavi, bonariamente; e in virtù di questo non perdevi l’occasione per richiamarci al dovere, alla disciplina, allo studio… Tempo perso, caro Pino: noi ce ne infischiavamo, convinti che alla fine dell’anno tutto sarebbe stato facile. E invece arrivavano le sorprese, che tali non erano!
Non hai cambiato il carattere neanche negli anni successivi: serio, onesto, rispettoso, corretto, ma soprattutto incapace di scendere a compromessi. Chi l’avrebbe mai detto che ti avrei ritrovato come Assessore alla Viabilità durante la Giunta di Filippo Russo, e in quarant’anni di servizio alle dipendenze del Comune, fusti l’unico politico assegnato ad un settore delicato, come la Vigilanza Urbana, ad ascoltare i suggerimenti che provenivano dalla base, al punto da redigere un piano del traffico che prese il tuo nome e che ancora oggi trova ferventi sostenitori. A te mi rivolsi, come compagno di classe, per chiedere qualcosa che nessuno avrebbe potuto togliermi, l’istituzione per legge di un Ufficio di Statistica. Sapevi che era un obbligo al quale il comune non avrebbe potuto sottrarsi, e orgogliosamente riconoscevi, anche dopo anni dalla tua uscita di scena, di avere dotato Milazzo di uno strumento che avrebbe avuto riconoscimenti e consensi in campo nazionale: non era poco sapere che la nostra città era fra le prime tre d’Italia nella produzione e nella diffusione dei dati statistici.
Ma un giorno, dopo la partenza della tua compagna e madre dei tuoi figli, hai deciso di andare via: lunghi mesi di lotta impari contro un male ribelle, lo stesso che aveva minato anche la sua sposa. Da combattente leale e irriducibile, alla fine ti sei dovuto arrendere, dopo avere sofferto in silenzio ma dando notizie di te e della tua straordinaria voglia di vivere su un profilo su Facebook. Quello ti permetteva di stare vicino alla gente, partecipando alle discussioni, per non perdere i contatti con gli amici, dare segnali della tua efficienza, trasmettere la certezza che saresti tornato vincitore. Invece non ce l’hai fatta, Pino, illudendoci che saresti stato tu a vincere.
Quel giorno sono venuto a trovarti, Pino. Ho rivisto quel bambino con il fiocco rosso che il prof. Foti prendeva come esempio per la sua disciplina; quel compagno di banco che mi riempiva le gambe di pizzicotti quando portavo i pantaloni corti, anche se eravamo al ginnasio; quell’Homo Sapiens che sfoggiava la sua ors oratoria e la sua serietà durante le interrogazioni o gli interventi. Quell’amico fraterno che non poteva lasciare da sola Letizia, e che è andato via in silenzio, alle tre di notte. Garbatamente, senza che nessuno lo sapesse…
Ciao, Pino. Sono passati nove anni, ma certi amici non si dimenticano mai. Dai un bacio a Letizia…
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