IL LAVORO ARTIGIANALE ADESSO LO FANNO GLI STRANIERI
Osserviamo i risultati di quarant’anni di scelte sbagliate, fatte da genitori convinti di fare il bene dei figli. Per una generazione intera, il lavoro dignitoso è stato quello che non sporca. Il camice bianco, la cravatta, la scrivania, il badge. Il figlio del falegname doveva diventare geometra, il figlio del fabbro impiegato di banca, il figlio del panettiere “dottore in qualcosa”. Non importava in cosa, bastava il titolo. Il famoso pezzo di carta.. di cui magari vantarsi tra genitori. E oggi? Laureati in lettere che servono ai tavoli per ottocento euro al mese, mentre un idraulico bravo si fa aspettare tre settimane e chiede quello che vuole, perché sa che non c’è nessuno a rimpiazzarlo. Intanto le botteghe chiudono. Non per la crisi, non per la Cina, non per le tasse, o almeno non soltanto: chiudono perché non c’è nessuno a cui passare il testimone. Aziende con cent’anni di storia, con un sapere accumulato di padre in figlio, finiscono in liquidazione perché il figlio ha preferito un master in comunicazione. E quando un mestiere muore, non muore un fatturato, muore una competenza, cose che si apprendono solo guardando, sbagliando, ripetendo per anni accanto a chi lo sa fare. Una volta spento, quel sapere non si riaccende. Poi, naturalmente, ci si lamenta che i mestieri siano in mano agli stranieri. Ma è un lamento ipocrita. Quei posti non sono stati rubati, sono stati abbandonati. Li abbiamo lasciati vuoti con disprezzo, dicendo ai nostri figli che erano roba da ultimi, e ora ci stupiamo che li occupino gli altri? Chi è che a un certo punto ha deciso che la manualità fosse una condanna e non un’arte? Nei cantieri, nelle cucine, nei campi, nelle officine, c’è gente che fa ciò che si è smesso di voler fare, e che fa funzionare un paese il quale a parole disprezza il lavoro manuale, ma nei fatti non può farne a meno. Una mentalità peraltro travestita da amore. “Voglio che tu abbia una vita migliore della mia” ha significato, per milioni di genitori, “voglio che tu non faccia quello che ho fatto io”. Come se appunto il saper costruire, riparare, forgiare, cucinare, coltivare fosse un gradino sotto il saper compilare un modulo. Si è insegnato ai ragazzi che valere significa stare seduti, e che il valore di un uomo si misura da quanto poco gli si sporcano le mani. Tornate con i piedi per terra cari sciocconi, il mondo delle scrivanie è saturo, precario, sempre più sostituibile da una AI che scrive relazioni e compila tabelle meglio di voi. Nessuna macchina, per ora, sa però rifare un tetto, sistemare un impianto, intagliare un mobile o tenere in vita un elettrodomestico. Il lavoro che avete disprezzato è quello che resiste; il lavoro che avete idolatrato è quello che si dissolve.
wi
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